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Save Timbuctù

Per chi viaggia o ha viaggiato in Africa almeno una volta con il proprio mezzo, Timbuctù rappresenta una meta misteriosa e affascinante che, nelle fantasie di ognuno, prima o poi dovrà essere raggiunta. Una città fatta di sabbia del colore dell’oro, che sembra doversi sciogliere alla prima pioggia. Avvolta da polvere impalpabile ed illuminata da un sole inclemente.

Chatwin diceva che di Timbuctù ne esistono due: una reale ed una mentale. Solo che se qualcuno non decide di salvarla, rimarrà purtroppo solamente più nell’immaginazione di noi viaggiatori.

Leggete anche questo post.


For those traveling or has traveled trough Africa at least once with their vehicles, Timbuktu is a mysterious and fascinating destination that, in the fantasies of every one, sooner or later have to be reached. A city made of sand of the color of gold, which seems to have to dissolve at the first rain. Surrounded by fine powder and illuminated by an unforgiving sun.
Chatwin said that there are two Timbuktu: one real and one in the mind. But if someone doesn’t decide to save it, the city will unfortunately only remain in the imagination of us travelers.

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Provate ad immaginare abili mani abituate a lavorare una semola dorata.

Con apparente semplicità, impastano, sgranano, mescolano l’acqua che vi è stata aspersa e continuano il lavoro fino ad ottenere delle piccole perline dal colore del sole d’Africa, un caldo giallo dorato.

Il risultato della lavorazione viene poi messo a cuocere in una nuvola di vapore proveniente dalla parte inferiore del taseksut, termine berbero per indicare il recipiente in cui viene cotta la semola per fare il cous cous.

La maggior parte delle persone è però abituata ad identificare il cous cous solamente come il piatto unico tipico del Marocco a base di carne, verdure e legumi.

Questa semola, invece, è adatta ad essere utilizzata anche per preparare piatti differenti, sfiziosi e a base di verdure, per rimanere a tema con #siamoalverde.

Le sue qualità nutrizionali sono le medesime del frumento. La differenza, rispetto agli altri suoi derivati, riguarda solamente la quantità di acqua assorbita durante la fase di cottura che nel cous cous può variare a seconda della lavorazione. Questo è un fattore importante perché condiziona l’indice di sazietà del piatto.

Io ho realizzato delle polpette che ho servito con una fresca insalata.

Far reidratare la semola in un recipiente capiente perché aumenterà notevolmente di volume. Nel frattempo saltare in padella peperoni, zucchine, cipolle o qualunque verdura desideriate tagliata a pezzetti con un po’ d’olio, un cucchiaino di berberè e sale q.b.

Quando le verdure saranno cotte ed il loro liquido sarà evaporato, frullatele insieme alla semola del cous cous. Formate delle polpette e cuocetele in forno fino a quando non risulteranno dorate.

Il termine berberè in amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, significa polvere di peperoncino rosso puro. Tuttavia la parola viene utilizzata anche per indicare una miscela di spezie molto piccante usata per accompagnare piatti di carne o verdura. Il mix è generalmente composto da cardamomo, zenzero, peperoncino, pepe nero, fieno greco, aglio e coriandolo ma, come ogni miscela di spezie, ognuno prepara la sua versione e non se ne trova mai una uguale all’altra.

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Seguendo lo spunto dell’amico blogger Angelo Zinna alias “the Passenger”, ho iniziato a riflettere su come ognuno di noi, nel suo piccolo, può salvare il Mondo o almeno cercare di migliorarlo.

Per anni ho fatto parte di un’Organizzazione Umanitaria che opera in Africa. All’epoca sono stata attratta dal loro modo di operare; portavano gli aiuti direttamente alle persone interessate, con il proprio fuoristrada o camper, con le proprie mani. Questo modus operandi mi ha subito affascinata, un po’ perché mi si figurava la possibilità di fare qualche viaggio con lo scopo di aiutare persone meno fortunate un po’ perché ho sempre diffidato delle grandi Organizzazioni che raccolgono, ad esempio, abiti e poi li ritrovi in vendita nel mercato sotto casa.

Di viaggi per loro, alla fine, non ne ho fatti moltissimi però operavo anche da casa occupandomi dell’Ufficio Stampa e della promozione delle attività e dei progetti nella mia zona.

Era bello partire con l’auto carica di scatoloni pieni di abiti, divisi in kit per età e messi sottovuoto, medicinali da consegnare a medici locali, occhiali da sole per proteggere gli occhi dalla sabbia e dalla luce accecante. La tecnica utilizzata per la distribuzione era quella del tabadul, il baratto. I beni consegnati non dovevano essere considerati dei regali perché, il nostro, non voleva essere assistenzialismo. In cambio ricevevamo qualche dattero, un sasso, un braccialetto fatto con la stoffa ma la cosa più bella era vedere nei loro occhi, bambini o anziani che fossero, quello scintillio, quella luce che rappresentava il più bel grazie si potesse ricevere.

Con il tempo, però, mi sono resa conto che all’interno dell’Organizzazione le cose stavano cambiando e nella direzione che a me piaceva di meno. Mentre all’inizio era come essere un gruppo di amici con gli stessi obbiettivi, gli stessi desideri, con l’aumentare dei soldi a disposizione sono cambiate anche le persone. Era partita una sorta di competizione su chi fosse più bravo a fare questo o quello, su chi fosse il più “importante” ed io, che non ho mai amato le gare, ho abbandonato la nave, ho lasciato che se la vedessero tra di loro quelle persone che, in realtà, non volevano aiutare gli altri ma avevano l’interesse primo di farsi vedere buoni agli occhi degli altri.

Così, dopo questa delusione, ho imparato ad esplorare il Mondo in maniera diversa. Ho iniziato ad osservare veramente e non a guardare distrattamente solo gli aspetti canonici di un luogo. Mi piace entrare in contatto con le persone, parlare con loro, conoscere quello che hanno da raccontare, vedere dove ed in che modo vivono, senza giudizio ma con l’umiltà di chi vuole imparare dagli altri sempre qualcosa di nuovo.

Per cambiare veramente il Mondo ci sono molti comportamenti eticamente corretti ma, mi chiedo, è realisticamente efficace manifestare alacremente contro, ad esempio, la costruzione della linea ad alta velocità quando magari non ci si accorge nemmeno del vicino di casa che soffre di solitudine? E’ giusto sostenere i propri ideali ma è più socialmente utile riuscire a vedere al di là del nostro micro Mondo. Necessaria è la conoscenza, di più argomenti possibili, per poter superare la diffidenza verso gli altri, di qualsiasi colore, razza o sesso siano. Non parlo strettamente di istruzione scolastica ma di prendere coscienza dei propri limiti, di quel tipo di cultura che nessuna scuola ci può dare.

Una delle cose che più mi ha colpito in Africa è il forte senso di comunità che contraddistingue la popolazione. La famiglia è composta dall’intero paese, grande o piccolo che sia, non solo da uno stretto gruppo di consanguinei. Ci si aiuta in ogni situazione e i bambini possono essere sgridati da ogni adulto valuti che si siano comportati in maniera sbagliata. In Turchia, invece, si può stare certi che non si rimarrà mai senza un pasto caldo o senza l’aiuto di qualcuno che passava per caso.

Ogni Paese che ho visitato mi ha lasciato, comunque, qualcosa d’importante: la consapevolezza che se solo avessimo meno pregiudizi e riuscissimo ad essere più tolleranti e comunicativi, il Mondo sarebbe un luogo migliore dove vivere.

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